Pop politics. Chi ha bisogno del kitsch?

Alcuni mesi fa, a Molfetta, è stata eretta, in "piazzetta di via Giovene", una statua raffigurante Cristo buon pastore. Il fatto ha suscitato un vivace dibattito sui social networks. Ora che il nugolo di commenti e di ‘mi piace’ si è finalmente diradato, è tempo di riorganizzare fatti e idee intorno a temi come il ruolo dell’Amministrazione comunale e quello della Diocesi, ma anche il valore estetico e politico (e non semplicemente ‘decorativo’) di questo manufatto. Un’altra puntata su aspetti e funzioni dell’arte a Molfetta.

di Antonello Mastantuoni

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"È vero, principe, che una volta avete detto che il mondo sarà salvato dalla bellezza?"
F. M. Dostoevskij, L'Idiota

Piazzetta di via Giovene

Se cercate “piazzetta di via Giovene” sullo stradario di Molfetta, non la troverete. Troverete invece “piazzetta Giovene”, quella che si apre di fronte all’ingresso secondario del Seminario vescovile e che ha il busto dell’Abate al centro, e “via Giovene” che da via Tenente Ragno, quando appena comincia a chiamarsi via Madonna dei Martiri, porta a via Emanuele Ribera dopo essersi allargata in una piazza senza nome che viene comunemente chiamata, anche questa, “piazza Giovene”. Per arrivarci bisogna che risaliate via San Rocco fiancheggiando il complesso di San Domenico, sbuchiate in quello spiazzo che nella toponomastica popolare continua a essere indicato come quello del “Bar Cubana” anche se il bar ha cambiato nome un numero imprecisato di volte e adesso si chiama Three Angels e, dopo che vi sarete lasciati a sinistra via Crocifisso, percorriate via Giovene per poco più di un centinaio di metri fino a trovare alla vostra destra uno slargo a pianta triangolare con al centro un marciapiede dalla medesima forma: sarete a destinazione. Volendo prendere in considerazione una alternativa più suggestiva, potreste partire da piazza Paradiso, imboccare via Crocifisso e girare subito a sinistra per raggiungere via Santa Giovina che va percorsa tutta fino in fondo in direzione del mare per finire così in via Giovene. Lì, al di sopra di quella che una volta doveva essere una modesta falesia e adesso sono diventate scale che portano su vicolo I Madonna dei Martiri, c’è “piazzetta di via Giovene”.
Le ragioni della presenza nel tessuto urbano di questo luogo, a cui la toponomastica ufficiale non riconosce la dignità di un nome, vanno rintracciate nell’orientamento di quella sorta di misterioso decumano che è via Santa Giovina, asse centrale di una mandorla allungata fra via Immacolata e via Crocifisso che conserva lo stesso allineamento stradale del Centro antico e dunque guarda ancora verso Ruvo mentre tutto intorno il reticolo ottocentesco è volto verso Terlizzi: la “piazzetta di via Giovene” è uno dei segni lasciato nell’ordito stradale da questa rotazione.
In un angolo di questa cicatrice urbana, alla presenza del vescovo e del sindaco di Molfetta, nonché delle immancabili “autorità civili, politiche e militari” come da comunicato ufficiale della diocesi, il 25 aprile scorso è stata scoperta una statua raffigurante Cristo buon pastore realizzata dalla Gigante Marmi dei F.lli Gigante Cosimo & Paolo s.n.c., ditta specializzata in marmi e sede sociale in via del Cimitero a Molfetta.
Il manufatto, montato su un piedistallo dotato di inserti di prato in plastica da campetto di calcetto e di lapide autocelebrativa che sarebbe in totale mancanza di sintonia stilistica con il cristo se non fosse con quello solidale nella chiara fattura cimiteriale, si presentava a pochi giorni dall’inaugurazione circondata da vasi e portafiori con rose sfiorite. Lungo i bordi del marciapiede che occupa il centro della piazzetta panchine verdi in metallo traforato fissate rozzamente al pavimento con informi blocchi di cemento e alcuni ligustri di fresco impianto, uno dei quali già secco.

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È sufficiente la fede a giustificare tanta mediocrità?

Nella delibera con cui viene autorizza la collocazione della statua l’Amministrazione comunale rassicura in via preliminare la cittadinanza della sua volontà di «implementare l’arredo urbano e il decoro della piazza». Da questa espressione si desume che “implementare” nell’idioletto burocratese in uso alla Giunta ha acquisito una stupefacente ampiezza semantica e che la statua raffigurante Cristo buon pastore è sembrata agli assessori tutti rispondente alla finalità dichiarata. Nella medesima delibera si fa cenno a una «relazione dell’assessore alla Cura della città, Marilena Lucivero» che dobbiamo ritenere favorevole: purtroppo l’assenza di tale relazione dall’incartamento lascia i cittadini nella impossibilità di conoscere con certezza il pensiero dell’assessore sul manufatto, sul basamento e sulla sistemazione del tutto.
Stabilitane l’idoneità e confidando che l’opera «potrebbe garantire un aumento della socializzazione legata alla Casa Canonica di Via Giovene i cui utenti, stando a quanto riferisce il parroco non hanno un luogo di incontro idoneo», viene concesso al sacerdote l’uso gratuito di «circa» 16 mq di suolo pubblico.
Questo è tutto quel che c’è nell’ufficialità delle carte. Data la povertà delle argomentazioni che accompagnano la richiesta e l’inesistenza di quelle con cui viene accolta, le ragioni che hanno spinto l’Amministrazione comunale a consentire la collocazione del manufatto sono lasciate all’immaginazione.
Secondo i difensori dell’operato della Giunta e i sodali del parroco chi ha protestato, trovando il manufatto di una bruttezza mortificante e lamentandosi del danno estetico apportato a quella che era stata una quasi dimenticata eppure decorosa piazzetta, l’avrebbe fatto senza alcuna base argomentale. Appellandosi all’insondabilità del gusto e alla conseguente libertà di apprezzare ciò che si vuole, costoro hanno definito le proteste “incomprensibili” e “inesistente” la materia del contendere. A fronte del gradimento degli abitanti del quartiere chi mai avrebbe diritto a muovere obiezioni e su quali basi?
Va da sé che una interpretazione così radicale dell’aleatorietà del gusto porrebbe per principio un amministratore nella condizione di dover sopportare qualunque contestazione senza aver ragione di replicare; eppure chi ha mosso critiche è stato accusato di averlo fatto in maniera tendenziosa e per ragioni se non deliberatamente strumentali sicuramente stupidamente inopportune: pretendere di discutere di bellezza sarebbe già in sé cosa futile, ma in tempi di grandi travagli come i nostri sarebbe invece grave, un tradimento compiuto nei confronti del principio di realtà, un po’ come discutere di quanti angeli possano danzare sulla capocchia di uno spillo mentre il Saladino avanza da Oriente.
C’è stato anche chi, assai più sottilmente, non ha cercato di difendere la qualità estetica del manufatto ma ha sostenuto che le immagini sacre siano assai più che “semplici espressioni artistiche”, rifacendosi così a quelle correnti del pensiero cattolico che vorrebbero che la rappresentazione del sacro possa, e anzi persino debba, prescindere dalla qualità artistica. Proprio la carenza di talento manifestato dall’autore – a rigore la sua irrilevanza! – sarebbe infatti prova della fede che ha guidato la sua mano, l’ingenuità del linguaggio la garanzia di mancanza di affettazione, la modestia espressiva l’evidenza di assenza di superbia e di purezza d’intenti. Il manufatto, mondato del sovrappiù di senso proprio dell’opera d’arte, non ergerà alcuna barriera a scoraggiare i semplici e non turberà le loro anime. E poi forse che a piangere lacrime di sangue non sono sempre e solo cristi e madonnine dozzinali, colature seriali di gesso, anonimi stampi collocati in tristi tinelli o sordidi sottoscala? Qualcuno ha mai visto una capolavoro rinascimentale innalzarsi a tanto?

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La via del kitsch

Si dice che innumerevoli siano le strade che conducono alle fede: se dunque alla Via Pulchritudinis qualcuno preferirà la strada del kitsch, chi potrà mai obiettare qualcosa? Chi potrà mai deridere chi preferisca ricevere conforto dall’opera di una macchina a controllo numerico piuttosto che da quella di artisti in carne e ossa?  Certo non io. Almeno fino a quando una amministrazione pubblica avvallando quella scelta e facendosene portatrice non ne sveli la vera natura politica.
In centocinquant’anni il Kitsch ne ha fatta di strada: da vera arte della felicità ha soddisfatto le esigenze estetiche della borghesia rampante, è stato l’indispensabile guida all’autocelebrazione dei regimi totalitari, ha insegnato alla middle class i suoi bisogni, è stato la cifra estetica della propaganda e della pubblicità. Come un tarlo ha svuotato il Romanticismo dall’interno, l’ha trasformato in un simulacro per diventare la forma di educazione sentimentale prevalente in Occidente; ha ispirato migliaia di canzoni e di romanzi di autori più o meno famosi e le poesie insensatamente sentimentali di adolescenti e antiche signore. È stato l’ispiratore di chilometri e chilometri di pellicola; è stato celebrato in centinaia di festival e in suo nome sono stati attribuiti migliaia di premi. È stato il sogno dell’Occidente per il Terzo mondo, ne ha guidato la via allo sviluppo, è stato il faro per milioni di migranti.
La sua indefinibilità è solo apparente: al suo fondamento c’è il principio di mediocrità. Il kitsch non ha pretesa di eccezionalità, ma ha la capacità di offrire a poco prezzo una immediata riconoscibilità. Anche se termini quali “straordinario”, “meraviglioso”, “sorprendente” fanno parte dei suoi parafernali, nel kitsch il bello è Bello, il buono è Buono e l’amore è Amore.
È l’Happy meal per tutti che cancella con un sorriso i danni ambientali e alla salute. È McDonald che sponsorizza l’Expo. È la pornografia, sono i viaggi organizzati e le crociere, i proclami elettorali, la fede applicata al calcio e alla politica. È la fettina pre-impacchettata nel Domopak. È lo sballo del sabato sera, la musica amplificata che sovrasta tutto e evita la difficoltà di ogni comunicazione. È la comunione la domenica mattina alle 11,05, è la vita vissuta di riflesso nei film. La sua onnipresente costituisce il vero legante della nostra epoca; la sua inevitabilità è tale che, come per l’aria che respiriamo, solo con uno sforzo di attenzione possiamo accorgerci di esserne completamente immersi.
È dappertutto perché soddisfa due esigenze fondamentali degli uomini: il bisogno di gratificazione e il risparmio emotivo e cognitivo (e quindi economico).  A poco prezzo ci fa sentire migliori di quel che siamo: un farmaco contro l’insicurezza, nessuno di fronte al kitsch si sente inadeguato.
Questa sua capacità di accogliere tutti ne fa il linguaggio prediletto di chiunque cerchi di conquistare proseliti e fidelizzare seguaci. È «l’ideale estetico – come ha sostenuto Kundera – di tutti gli uomini politici, di tutti i partiti e i movimenti politici». Ecco perché «In una società dove coesistono orientamenti politici diversi e dove quindi la loro influenza si annulla o si limita reciprocamente, possiamo ancora in qualche modo sfuggire all'inquisizione del Kitsch... Ma là dove un unico movimento politico ha tutto il potere, ci troviamo di colpo nel regno del Kitsch totalitario». Kundera scriveva prima della caduta del Muro. Non è sorprendente quanto quella che era la satira di una feroce dittatura si adatti oggi magnificamente alla falsa libertà del partito unico della nazione?
La democrazia è costosa? Vi offro qualcosa che vi si avvicina, un succedaneo meno “caro” ma che vi soddisferà lo stesso. La partecipazione difficile, faticosa? Tranquilli, c’è la Rete che ci viene in soccorso con i suoi like, ideali per garantire il dilagare di assolute banalità spacciate per straordinario, e per praticare la ripetizione di luoghi comuni standard e emarginare con la pura forza dei numeri i punti di vista dissonanti.
Andate dunque in pellegrinaggio in piazzetta di via Giovene: vi vedrete celebrata,  in nome de “i gusti sono gusti e la validità del gusto la dà solo il numero dei mi piace”, la saldatura fra la povertà di spirito di chi crede per fede e credendo acquista la fede e il pensiero unico mascherato da finto principio democratico: avete fatto caso a come questa “democratizzazione del gusto” faccia assonanza con le campagna elettorali tarate su “chi ha la quinta elementare e non è neanche tanto sveglio”?

 Le fotografie che ritraggono le fasi di lavorazione della statua sono state tratte dal sito web: http://www.gigantemarmi.it

 

Orizzonti scomparsi

L'enfer, c'est les autres

di Antonello Mastantuoni

Orizzonti copertina lunga

Il primo settembre dello scorso anno, con la rassegnazione che prende chi si arrende di fronte all’inevitabile, l’Amministrazione comunale di Molfetta ha ordinato la rimozione di Un altro orizzonte. L’opera è stata fatta a pezzi e i suoi resti avviati a discarica.
L’Assessore alla Cultura ha nell’occasione ringraziato il maestro Hidetoshi Nagasawa; l’Artista, che in precedenza aveva definito “un errore” la collocazione in cala Sant’Andrea dell’opera che era stata immaginata e realizzata per un altro spazio, non ha commentato; quelli che avevano chiesto a gran voce la rimozione dell’opera hanno espresso soddisfazione; quelli a cui l’opera piaceva sono rimasti sconcertati; quelli che non avevano un’opinione si sono definitivamente smarriti.
Dopo pochi giorni la vicenda era sparita dalle cronache e si avviava rapidamente al dimenticatoio, spinta dalla voglia manifesta di cancellare in fretta una vicenda scomoda per tutti.
Ed è un vero peccato. Perché se è vero che lo specifico dell’arte è cosa difficilmente penetrabile, campo misterioso e sfuggente, e nessuna ragione al mondo potrà mai spingermi a spendere alcuna parola sull’argomento che non sia preceduta da un complemento di limitazione – della mia opinione si tratterebbe e dunque assai poca cosa – pure in questa vicenda vi sono indizi di cui non si può non tener conto e che portano a ritenere che ciò che è successo a cala Sant’Andrea sia uno di quegli specifici prodigi di cui è composta la materia dell’arte e meriti di essere ricordato e discusso a lungo.  
I fortunati, quelli per i quali il prodigio si è manifestato in tutta la sua enigmatica potenza, sono stati quelli che hanno avuto fede, quelli che, fino al giorno prima che l’opera fosse smembrata, ancora conducevano per mano i bambini al suo cospetto, in pellegrinaggio, perché ne fossero nutrite le loro anime acerbe. Gli altri – gli scettici, i dubbiosi, gli aridi – quelli dovranno accontentarsi di ricostruire il prodigio in via indiretta cercando di approssimarsi il più possibile con l’immaginazione lì dove la mancanza di fede impedisce loro irrimediabilmente di arrivare.
A loro – da me, scettico fra gli scettici, arido fra gli aridi – è dedicata questa nota.

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I complicati percorsi della Storia hanno fatto sì che in Occidente la parola “arte” sia diventata sinonimo di libertà di espressione e che un “artista” – “alter deus” – vada considerato sacro e inviolabile nella sua genialità creativa. Oggi nell’enciclopedia dei sentimenti correnti l’idea di distruggere un’opera d’arte occupa un’area semantica definita dal ripugnante e viene associata alle forme più brute, integraliste e oscurantiste della barbarie. Noi tutti avvertiamo la distruzione di opere d’arte – dai falò delle vanità ai grandi Buddha di Bamiyan – come ferite orribili che privano l’umanità di bellezza e che impoveriscono il mondo di intelligenza.
La modernità occidentale si fonda sulla libertà di espressione e, soprattutto, di immagine: le vicende di Charlie Hebdo e il dibattito che si sta sviluppando intorno alle due polarità delle caricature di Maometto da un lato e della la censura su Peppa Pig nelle scuole britanniche dall’altro è di questo che parla.
Poiché dunque “civile” e “democratico” risultano categorie in totale opposizione rispetto alla distruzione di un’opera d’arte e poiché la collettività molfettese vorrebbe ritenere di poter essere collocata a buon titolo nel novero delle collettività civili, perché fosse demolito ciò che era stato eretto in cala Sant’Andrea doveva essere escluso dal novero degli oggetti d’arte.
Il destino di Un altro orizzonte si è trovato di conseguenza a dipendere da un dibattito – “Arte o non Arte” – che poteva solo avvitarsi su se stesso all’infinito.
Inutile parlare di “Bello” (l’Arte ne può fare a meno), vano discutere dell’opportunità della collocazione (l’Arte può essere scomoda, ma come potrebbe mai essere inopportuna?), fuorviante disquisire delle tecniche ingegneristiche utilizzate (la tecnica è solo un mezzo); neanche l’intervento di Nagasawa – che ad alcuni è sembrato risolutivo – ha chiarito alcunché sulla natura dell’opera: l’Arte può prescindere dalle intenzioni dell’autore.

(Per inciso, anche proporsi di limitare il disaccordo non sembra granché come idea: ci hanno provato solo fanatici dittatori e qualche loro triste sodale).

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Alla fine la ragione ufficiale e sufficiente per la demolizione è stata formalizzata nel rischio che le traversie marine potessero, facendo marcire il legno e corrodendo il metallo, compromettere la stabilità dell’opera mettendo a rischio la pubblica incolumità. Ragione palesemente inconsistente – le opere d’arte danneggiate e/o in pericolo si riparano e/o si ricoverano in luoghi opportuni – ma almeno ha chiuso, nel sollievo generale, uno stallo che minacciava di trascinarsi insopportabilmente a lungo.
Il primo colpo di martello è stato dunque inferto a qualcosa il cui dubbioso statuto era stato risolto da un timbro e una firma. L’operaio che sollevava il martello era stato così mondato da ogni colpa; dal punto di vista della ufficialità dei burocrati quel che faceva non violava alcuna legge morale, non infrangeva tabù, non sfidava alcuno stigma, né aveva implicazione linguistica o metafisica alcuna: l’operaio faceva solo il suo lavoro e a buon diritto poteva avere fretta di ritornare dalla sua famiglia. Il suo cavare bulloni e fare a pezzi il montante è stato solo cavare bulloni e fare a pezzi il montante. Ferro e legno. Null’altro.
Ma l’inconsapevole viandante, ignaro di burocrazia, che fosse lì convenuto a nutrirsi di “Arte” avrebbe assistito attonito a una profanazione e, in maniera repentina e folgorante, avrebbe visto compiersi un terribile prodigio: in nome di qualcuno qualcosa diventava qualcos’altro. In questo consiste la transustanziazione. E per questo, in quanto fatto pertinente al sentimento dell’arte, quel che è avvenuto a cala Sant’Andrea va ricordato come un evento memorabile.
Responsabile è la parola e il gesto dell’indicare: guardate tutti questa non è un’opera d’arte. Non molto prima era stato detto: «Venite e guardate!». Ma cambiano gli dei, non è mica una novità, e in cala Sant’Andrea adesso c’era un rifiuto speciale.
Restate allegri: lo smarrimento dei discepoli e dei credenti, lo smarrimento di chi credeva e avrebbe voluto continuare a credere, non è mai definitivo né irrimediabile. L’immutabilità della provincia reca con sé il non trascurabile vantaggio di sradicare dall’orizzonte della coscienza tutti gli eventi che potrebbero turbarla. Il tempo, di cui si dice che tutto guarisca, in provincia agisce in fretta.

Molte questioni sono state aperte dalla vicenda e, a mio modo di vedere, affascinanti. E che restino aperte non è cosa indifferente per la democrazia, dovrebbe essere chiaro. Il silenzio calato su questa vicenda sarebbe rappresentato magistralmente dalla cancellata che un po’ più in là ha chiuso (per sempre?) uno spazio che da sempre consideravo uno dei più belli della mia città, o dal porto nuovo che ha cancellato (per sempre!) un altro orizzonte, quello verso il Gargano. In nome di chi? E per cosa, poi?

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Postilla.
«There really is no such thing as Art. There are only artists» ha scritto Gombrich, non esiste una cosa chiamata Arte, esistono solo gli artisti. Le difficoltà maggiori nello scrivere questo articolo sono venute dal condividere questa visione dovendo, al tempo stesso, dar conto del fatto che ciò che racconto è potuto avvenire solo perché è opinione diffusa che, al contrario, una cosa chiamata Arte esista.
Queste difficoltà si manifesta in maniera particolare nell’uso, forse non sempre coerente, che ho fatto delle maiuscole. È consuetudine scrivere “Arte” quando, come nel caso di “Geografia” o “Storia” ci si riferisca alla materia di insegnamento. Se si intende invece la pratica artistica la parola andrebbe minuscola e così pure quando si vuole indicare qualcosa di ancora più astratto come per esempio il "sentimento dell'arte". Accade però che ci sia chi scriva “Arte” per intendere “l’Arte con la A maiuscola”, cioè proprio ciò che Gombrich sostiene che non esista. Facendo riferimento a questo modo di pensare da cui intendo prendere le distanze avrei dovuto sempre scrivere “Arte” fra virgolette, il che avrebbe appesantito non poco la lettura. Vi ho rinunciato rimettendomi alla intelligenza del lettore.

 

Si ringrazia Matteo D'Ingeo per la concessione delle fotografie.