Investiamo nel vostro futuro

La Cittadella degli Artisti e altre simili vicende

La parola d’ordine è ‘intercettare finanziamenti’. Per promuovere la creatività e i talenti, per stimolare i giovani a ‘inventarsi’ nuove professionalità, anche nel campo della cultura.
Ma cosa resta di questo racconto? La Cittadella degli Artisti è un caso esemplare: un nuovo monumento allo spreco, mentre antichi spazi e centri culturali cittadini sono stati, nel tempo, via via dismessi.
Qual è (e qual è stato) il prezzo della cultura a Molfetta.

A cura di: Antonello Mastantuoni, Lorenzo Pisani, Massimiliano Piscitelli, Tiziana Ragno e Lella Salvemini

copertina

 

La fine del lavoro, l’inizio del racconto

Come una triste realtà è diventata una grande narrazione

di Antonello Mastantuoni

fine lavoro

Per comprendere la vicenda della Cittadella degli artisti bisogna proiettarla sullo sfondo della storia recente, quella segnata dalla Grande Contrazione e dalla crisi dell’Eurozona, dalla crisi del debito italiano e dai conseguenti tagli sistematici alla spesa pubblica, ma anche, almeno per le zone beneficiate, dai cospicui finanziamenti europei “da intercettare e da spendere” a qualunque costo in un periodo di vacche magre. Da un lato dunque soldi, e tanti, per opere pubbliche o progetti di “auto-attivazione”, dall’altro tagli sistematici alle spese correnti, quelle per manutenzione e gestione di scuole, sanità, trasporti, eccetera: soldi per fare opere che non potranno essere gestite dal pubblico ma dovranno essere affidate ai privati.


Una situazione paradossale, fra spreco e indigenza, che ha spinto un’intera generazione di politici, di funzionari pubblici e di “professionisti embedded” a reinventarsi professionalità e ruoli istituzionali all’interno di una rincorsa parossistica ai finanziamenti che, a sua volta, ha determinato persino il mutamento del significato che all’espressione “interesse pubblico” veniva attribuito. È in questa prospettiva che si può comprendere come la grande abilità con cui, all’epoca del sindaco Azzollini, l’Amministrazione comunale è riuscita ad accrescere le fonti di sovvenzione per la Cittadella non è affatto in contraddizione con la scarsa attenzione posta nel creare condizioni per la sua sostenibilità economica: alle amministrazioni spetta il compito di “intercettare” finanziamenti e il nesso fra fare e utilità del fare si limita alla consegna delle opere. Alla creatività e alla flessibilità del privato spetterà il compito di trovare il modo migliore per stare sul mercato, altrimenti il mercato lo punirà, almeno in teoria: in realtà ci sarà sempre la possibilità di “intercettare” altri finanziamenti.


Ma vediamo la cosa dal punto di vista dei privati a cui le opere finite vengono affidate: hanno vinto un bando e si sentono investiti di un ruolo pubblico. Gli è stato detto che sono naturalmente più efficienti del pubblico e che il premio per tanta virtù sta nel profitto che riusciranno a trarre dall’impresa. Ma se trarranno un profitto sarà perché quello graverà sul costo dei servizi offerti. I cittadini pagherebbero così due volte, a meno che l’affidatario non faccia ricorso a lavori precari e sottopagati o al volontariato. Eccola la creatività e la flessibilità: l’arte di arrangiarsi.


Per stare in piedi questo perverso sistema ha bisogno di un motore ideologico ed ecco qui servita la Grande Narrazione dei “talenti”. “Avete grande talento, mettetelo a frutto!”, “Inventatevi un futuro!”, “La creatività e l’immaginazione sono le strade vincenti”. All’interno della prospettiva della “fine del lavoro”, che vuol dire non solo che ci vogliono sempre meno addetti per produrre un determinato numero di merci, che sono sempre meno i lavori che non vengono fatti da macchine e, soprattutto, che i lavori utili non stanno sul mercato, ai giovani viene raccontato che il talento verrà premiato.
Purtroppo però il talento si misura sulla differenza, non può essere una prerogativa di massa: se il talento di Mozart fosse cosa comune verrebbe considerato alla stregua della deambulazione eretta. Per sua natura il talento deve essere patrimonio di pochi: la tentazione populistica di stimolare l’ego giovanile mette così le basi per il fallimento di massa di una intera generazione.

 

Intervista a Onofrio Romano

Professore di Sociologia, Università di Bari

 

Il gioco dei due Cantoni

La Cittadella degli Artisti, cioè il Centro Aperto Polivalente per Minori. Storia di un progetto double-face

di Tiziana Ragno

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foto da: www.metticilemani.it

 

«C’è vita». Il claim, che apre la pagina Facebook della Cittadella degli Artisti, promette bene. Eppure il nuovo contenitore culturale, che all’ingresso di Molfetta accoglie gli automobilisti subito dopo l’incrocio per la Basilica della Madonna dei Martiri, resta ancora sconosciuto ai più. In pochi conoscono e frequentano le poche attività che, alla spicciolata e con molte incertezze, risultano appena avviate (testimone sempre la pagina Facebook). Dopo una mostra d’arte, qualche proiezione cinematografica, qualche spettacolo teatrale, qualche laboratorio musicale. Nulla di più. I contenuti, dunque, stentano – e molto – a decollare. In un contenitore che, già per suo conto, è costato moltissimo. E che, solo per questa ragione, tutti i molfettesi avrebbero buon diritto di conoscere.

 

Primo: Il Laboratorio, per la lavorazione di cartapesta, legno e pietra (2005)

La storia della ‘nuova’ Cittadella degli Artisti è cosa vecchia e complicata. Il lettore dovrà perciò armarsi di molta pazienza per seguire i flussi di denaro che, tra torrenti e affluenti, sfoceranno alla fine in quell’opera che, ad oggi, in pochi conoscono e frequentano.
Fisseremo, per convenzione, una data d’inizio: 3 marzo 20051.  La giunta comunale di allora – sindaco Tommaso Minervini – approva un progetto preliminare che, in effetti, nel titolo non riporta alcun riferimento alla futura Cittadella. Si parla, invece, di un Centro Socio-Educativo per Minori (denominato Il Laboratorio), che avrebbe dovuto ospitare laboratori per attività didattica di carattere artigianale e tradizionale (lavorazione di cartapesta, legno e pietra). Importo complessivo, 950mila euro. Progettisti incaricati, ing. Rocco Altomare e arch. Isabella Candelmo.
Che fine fa questo progetto? Il progetto, come poi tutti gli altri di questa storia, otterrà tutti i finanziamenti utili alla sua realizzazione. Il primo flusso di denaro pubblico proviene dalla Regione Puglia che eroga, tanto per cominciare, 304mila euro chiedendo al Comune di Molfetta di metterci di suo altri 646mila euro. Il Comune accetta e accende, per l’occasione, un mutuo. È passato, intanto, più di un anno dalla delibera del 3 marzo 20052.  Terminato il mandato di Tommaso Minervini, il 9 giugno 2006 il commissario prefettizio ha inserito questo progetto nel piano triennale delle opere pubbliche3,  appena tre giorni prima delle elezioni comunali (quelle che decreteranno la vittoria di Antonio Azzollini) e appena tre giorni dopo aver approvato un secondo progetto preliminare4.  Un progetto, quest’ultimo, fortunato quanto il primo visto che, anche in questo caso, la Regione Puglia erogherà un lauto finanziamento:5  e, questo, appena tre mesi dopo aver finanziato proprio Il Laboratorio, destinato alle attività di lavorazione di cartapesta, legno e pietra.6 
I tempi, in questa vicenda, sono importanti. Perché scandiscono un’azione amministrativa sì lunghissima ma anche, alle volte, così sollecita da sembrare quasi ‘sincrona’; le coincidenze, poi, non sono solo di tempo ma anche di spazio. Il luogo, infatti, è sempre lo stesso: l’ex capannone Asm alle porte di Molfetta, lungo la statale 16 per Bisceglie.
Ma procediamo con ordine.

 

Secondo: La Cittadella degli Artisti e i Bollenti Spiriti (2006)

È nel secondo progetto, approvato in via preliminare dal commissario prefettizio a giugno del 2006, che troviamo traccia, sin nel titolo, della ventura Cittadella degli Artisti. Il progetto va avanti, in realtà, da qualche mese, dacché – il 7 marzo – la Regione Puglia ha pubblicato un bando che, nell’ambito dell’iniziativa Bollenti spiriti, promuove la nascita di Laboratori urbani: in tutto, 20milioni di euro di fondi Cipe da spendere per un nobile scopo, la rivitalizzazione economica e sociale della popolazione giovanile pugliese. Durante la campagna elettorale per le consultazioni comunali è, allora, il Settore Socialità a indire un concorso di idee7  per la riqualificazione dell’ex capannone Asm. Poco importa se su quello stesso edificio già insista un altro progetto (Il Laboratorio, per la lavorazione di cartapesta, legno e pietra). Nonostante questo, si invitano «i Giovani» a presentare proposte progettuali in vista di un incontro previsto 15 giorni dopo:8  da questo incontro nasce l’idea della Cittadella degli Artisti, un progetto composito presentato da cinque associazioni (Dvorak, Arci, Ipnoticastudio, Scuola di danza Hamblin, Teatrermitage) e fatto proprio, nel giro di un mese, dall’Amministrazione Comunale. Un grande auditorium e numerosi laboratori satelliti (di musica, cinema, danza, scrittura). Così recita e reciterà ancora a lungo il progetto della Cittadella. Giusto il 13 giugno 2006, all’indomani dell’elezione di Antonio Azzollini sindaco, il Commissario Prefettizio trasmette la proposta alla Regione Puglia: l’importo complessivo di questo ‘secondo’ progetto, candidato al bando Bollenti Spiriti, è di 700mila euro. Il Comune di Molfetta sa di poter ottenere, al massimo, 560mila euro e tanti ne chiede (il restante importo, 140mila euro, sarà cofinanziato dal Comune per mezzo di un mutuo o meglio, come si deciderà dopo, tramite alienazione del patrimonio comunale). Tutto quello che il Comune di Molfetta reclama, anche in questo caso, arriva: la decisione è presa dal Settore regionale Politiche Giovanili il 31 ottobre 2006, dopo che – come si è visto – un altro finanziamento regionale aveva premiato, tre mesi prima, Il Laboratorio, per la lavorazione di cartapesta, legno e pietra.
Già alla fine del 2006, dunque, la ristrutturazione dell’ex capannone Asm (uno stesso progetto, o quasi, finanziato, di fatto, due volte?) costa 1 milione e 650mila euro.

 

Terzo: Il progetto bicefalo (2006-2007)

In verità,  la volontà di dar corpo a un progetto ‘bicefalo’ (da un lato, un centro culturale: la Cittadella degli Artisti; dall’altro, un centro per minori: Il Laboratorio, per la lavorazione di cartapesta, legno e pietra) è chiarita già nel progetto che il Comune candida al bando regionale Bollenti Spiriti. Allora, l’Amministrazione comunale, nella persona del Commissario prefettizio, decide di congiungere i due progetti. Anzi, proprio perché il sito è lo stesso, affida quella che appare come una ‘variante’ di un progetto esistente ai medesimi professionisti esterni incaricati di redigere la precedente idea progettuale (l’ing. Rocco Altomare e l’arch. Isabella Candelmo).
Le due idee, dapprima indipendenti l’una dall’altra, vengono così combinate e rese ‘complementari’: se all’inizio, per l’uno e per l’altro progetto, si parla, genericamente, di lavori di ristrutturazione di uno stesso stabile (l’ex capannone Asm), in seguito si precisa che, nel primo caso (Il Laboratorio, per la lavorazione di cartapesta, legno e pietra), i lavori riguarderanno l’area esterna e alcuni locali del piano terra; nel secondo caso (la Cittadella degli Artisti), i lavori interesseranno alcuni locali del piano terra e il primo piano. L’abbinamento, evidentemente, non produce alcuna economia ma, anzi, consente che i due progetti siano finanziati con un duplice canale di finanziamento regionale e comunale (950mila euro, prima; 700mila euro, poi). Così, accoppiati i due progetti, le vie del finanziamento raddoppiano.
Il progetto resterà ‘doppio’ almeno fino a dicembre 2007 quando l’ing. Rocco Altomare, ora in veste di Dirigente del Settore Territorio, ammette l’impossibilità di condurre su binari separati la realizzazione dei lavori.9  Per ragioni di sicurezza e di rischio di maggiore onerosità per la pubblica amministrazione, si giunge così alla piena fusione dei due progetti. Si redige, quindi, un terzo progetto esecutivo (questa volta a cura, fra l’altro, dei tecnici esterni reclutati per lavorare al Pirp del quartiere Madonna dei Martiri): il tutto, però, fermo restando quel che – in termini di costi – era già stato approvato e acquisito. La somma, cioè, avrebbe continuato a fare il totale: anche dopo l’inevitabile amalgama dei due progetti, lo stanziamento complessivamente previsto (1 milione e 650mila euro) sarebbe rimasto lo stesso. Per ora.

 

Quarto: La gestione (2010)

Nella storia della Cittadella degli Artisti, il problema della riqualificazione dell’edificio (lavori edili, forniture etc.) e quello della gestione delle attività culturali e sociali seguiranno percorsi e tempi diversi.
Dopo varie vicissitudini (l’annullamento della prima gara, l’approvazione di un nuovo capitolato d’appalto, i ricorsi), il servizio di gestione viene affidato definitivamente nel 2010 a un’Associazione temporanea d’impresa composta da due cooperative (Fantarca, come capofila, e Gea), una fondazione (la Fondazione Musicale Valente) e una compagnia teatrale (“Tiberio Fiorilli”). Un secondo raggruppamento – a cui partecipano alcune associazioni autrici della proposta progettuale originaria, quella risultata vincitrice al concorso di idee – viene escluso. Nonostante nella Carta dei Servizi della Cittadella si continui a citare più o meno alla lettera quella proposta, la commissione di valutazione interna aggiudica il servizio di gestione all’Ati guidata da Fantarca – la stessa cooperativa che, nel mentre, gestisce il cinema Odeon di Molfetta, poi destinato alla chiusura.
Anche in tema di gestione, si conferma la doppia vocazione delle attività: da un lato, la Cittadella degli Artisti vera e propria; dall’altro, il Centro Minori, cioè quel che resta de Il Laboratorio, per la lavorazione di cartapesta, legno e pietra. Accantonate dunque le attività di artigianato locale (ma non il rispettivo finanziamento già assegnato al Comune di Molfetta), si fa largo il «Centro Aperto Polivalente per Minori» che – come apprendiamo dalla relativa Carta dei Servizi – ha per destinatari 30 minori a rischio devianza. Nel contratto di appalto per il servizio di gestione, siglato dalle parti il 17 giugno 2010, si ribadisce che questo appalto vale, in tutto, 400mila euro: 100mila euro dati una tantum per il primo anno di attività della Cittadella; 300mila euro finanziati in 5 anni (60mila euro all’anno) per la gestione del Centro Minori. Nello stesso contratto, poi, una clausola – debitamente sottolineata, il che non deve aver portato granché bene – avverte che l’inizio del servizio avrà corso soltanto «dopo l’ultimazione dei lavori dell’ex Capannone Asm da adibire allo scopo». L’Amministrazione, insomma, ha affidato la gestione di un servizio che, nella sostanza, non esiste ancora.

 

Quinto: Varianti e profezie

I lavori di ristrutturazione dell’ex Capannone Asm, in effetti, languiranno per molto tempo. La stampa locale, frattanto, grida allo scandalo per via di una sospensione, avvenuta nel 2009, e un contenzioso con la ditta aggiudicatrice che ha ottenuto, poi, un cospicuo risarcimento dal Comune (260mila euro). Si procede, in effetti, per perizie suppletive e varianti: il 4 agosto 2009, la giunta comunale – sindaco, da tre anni, Antonio Azzollini – ne ha approvata una poiché, come da relazione del Direttore dei Lavori, ing. Rocco Altomare, è emersa «la necessità di modificare e variare le previsioni progettuali, introducendo altresì lavorazioni non previste nel contratto di appalto».10  La giunta ratifica ma, in chiusura, non può evitare di precisare che, ammessa anche la variante, occorrerà ben altro per arrivare fino in fondo: si renderanno, infatti, presto necessari altri progetti per «lavori di completamento, da finanziare utilizzando le economie rivenienti dal quadro economico del presente progetto di variante e da altri fondi comunali».11

 

Sesto: L’Europa (2010)

La profezia effettivamente si avvera. Altri fondi giungono, ancora. E, ancora, da mamma-Regione; questa volta, però, l’origine è la grande madre-Europa. È il 2010 e già da qualche anno impazza il Piano Operativo dei fondi Fesr, soldi che provengono dall’Unione europea ma che sono amministrati dalle Regioni. Il 4 giugno, la giunta comunale delibera di candidare, appunto, a un bando Fesr (Asse III, il tema è «l’inclusione sociale») un progetto che alla Regione Puglia non poteva certo suonare nuovo: «Progetto di completamento dei lavori di ristrutturazione dell’ex Capannone Asm» [altrove non si parlerà neppure di «completamento» cosicché, al lettore distratto, potrebbe sembrare  che il vecchio Capannone sia ancora da ristrutturare, ab ovo].12  Di nuovo, tutto quel che Molfetta chiede è dato: il Servizio Programmazione Sociale della Regione Puglia, infatti, dopo un anno, approverà un finanziamento complessivo di 1 milione e 100mila euro (800mila euro verranno dai fondi Fesr; 300mila euro da un cofinanziamento comunale ottenuto mediante mutuo). Che cosa vuole farne, questa volta, l’Amministrazione comunale? Naturalmente, un Centro Aperto Polivalente per Minori (progetto esecutivo affidato agli ingg. Gaetano di Mola, Alessandro La Grasta, Luigi Tattoli). Il progetto, dunque, torna a sdoppiarsi: si considera, allora, con un occhio il Centro Minori e con un altro occhio il centro culturale, la Cittadella degli Artisti. La Regione non batte ciglio e, così, il fiume di soldi pubblici continua a scorrere.

 

Settimo: Giovani in città (2011)

L’onda, naturalmente, va cavalcata. Perciò, ancora prima che la Regione si pronunci sulla prima candidatura ai fondi comunitari, la giunta comunale intercetta un altro, ennesimo, canale di finanziamento. L’origine è la stessa (fondi Fesr), ma il tema cambia (Asse VII: «Piani integrati di Sviluppo Urbano»). L’Amministrazione comunale, questa volta, allarga lo sguardo: redige, perciò, l’ambizioso progetto «Giovani in città. Rete di laboratori urbani a finalità artistica e sociale».13  Si tratta di un progetto ‘ombrello’ che ha di mira: una scuola elementare (il recupero di Palazzo Tattoli), un centro minori nel centro storico (manutenzione straordinaria del centro in via Sant’Orsola), una scuola di musica (la ristrutturazione della scuola Dvořák) e, naturalmente, i «lavori di completamento dell’ex Capannone Asm» da utilizzare non solo come «centro sociale per minori», ma anche come «centro di rivitalizzazione economica e sociale delle fasce giovanili» (è l’identico nobile scopo già visto per il Piano Bollenti Spiriti). L’importo complessivo dell’intero progetto ‘ombrello’ è di 5 milioni e 680mila euro. Il Comune ne chiede alla Regione Puglia 4 milioni e 580mila e, l’anno dopo, esattamente tanti ne avrà.14  Ma quanto vale, questa volta, nello specifico, il progetto di ristrutturazione dell’ex Capannone Asm? Vale 1 milione 100mila euro (importo identico a quello che era stato fissato nell’ambito del primo fondo Fesr richiesto). Un altro progetto esecutivo (progettista arch. Lisena, coadiuvato dagli ingg. M. Paola D’Amato e Luigi Tattoli e dall’arch. Rosalba Castellano), poi un’altra gara d’appalto, un’altra voce a bilancio.
In questo caso, però, le cose si complicano. Sì, perché la giunta comunale delibera che, questa volta, i «lavori di completamento dell’ex Capannone Asm» non le saranno finanziati dalla Regione Puglia, ma le varranno come quota di cofinanziamento (cioè quello che tutti i beneficiari dei fondi Fesr sono obbligati a rimetterci, se vogliono accedere ai fondi comunitari regionali). In questo caso i «lavori di completamento dell’ex Capannone Asm» saranno «a totale carico del Comune», essendo finanziati «tramite stanziamenti di bilancio comunale».15  Sì, ma quali?

 

Ottavo: Il Grande Porto (2013, ad oggi)

Detto fatto. Il 30 gennaio 2013, la Regione Puglia richiede al Comune di Molfetta di trasmettere il provvedimento di copertura finanziaria della quota di cofinanziamento pari a 1 milione 100mila euro. Dopo sei giorni, il Comune risponde. La determina firmata dal dirigente, ing. Vincenzo Balducci, parla chiaro: «si ritiene di cofinanziare l’intervento di 1 milione 100mila euro utilizzando parte dei fondi statali assegnati al Comune di Molfetta giusta legge 12 novembre 2011, n. 183 che consente, tra l’altro, di realizzare opere di natura: sociale, culturale, sportiva e pertanto del tutto in linea con l’intervento oggetto del cofinanziamento comunale trattandosi di struttura da adibire a Centro Sociale Aperto Polivalente».16 
L’intento, dunque, è chiaro: d’ora in avanti, dopo i finanziamenti regionali per i Piani di zona, dopo quelli per il Piano Bollenti Spiriti, dopo e oltre a quelli del ‘primo’ fondo Fesr già concesso dalla Regione, entreranno in scena i fondi che lo Stato ha destinato, principalmente, alla realizzazione del grande Porto di Molfetta.
Da allora poco è mutato. Allo stesso portentoso salvadanaio si è continuato ripetutamente ad attingere, anche per la Cittadella degli Artisti (e per il Centro Minori) fino a pochi mesi fa. Tra le ultime determine disponibili sull’albo pretorio online, ve n’è una datata 6 ottobre 2015 (dirigente, arch. Lazzaro Pappagallo): si liquida la società che si è occupata, nell’ambito del VI lotto funzionale dell’ultimo progetto esecutivo, di fornire le attrezzature per il bar e, a pagina 5, torna, immancabile, il riferimento all’ottima legge nazionale («legge 174/2002, successive modifiche ed integrazioni») che, ancora prima del 2011, ha portato a Molfetta il più grande fiume di denaro.
Gli uomini, insomma, sono certo cambiati: cambiati sono i dirigenti, gli amministratori, il sindaco (oggi Paola Natalicchio), ma lo scenario rimane lo stesso (il solito vecchio ex capannone Asm, oggi ‘nuova’ Cittadella degli Artisti e ovviamente, anche, Centro Aperto Polivalente per Minori).
Dopo le floride e pingui correnti di finanziamento pubblico che nessuno, come la storia dimostra, ha mai fatto mancare (nonostante ritardi e vicissitudini di un progetto double face rivisto, mutatis mutandis, almeno cinque volte), si continua a mangiare dallo stesso piatto in cui, frattanto, ci è affrettati a sputare.


 Note:

1. Delibera GC 3 marzo 2005.
2. Delibera GC 13 novembre 2006.
3. 9 giugno 2006, comm. pref. n. 80.
4. 6 giugno 2006, comm. pref. n. 71.
5. 31 ottobre 2006, nota dell’8 luglio 2007.
6. 12 luglio 2006.
7. 12 aprile 2006.
8. 26 aprile 2006.
9. 18 dicembre 2007.
10.Delibera GC, 4 agosto 2009.
11.Delibera GC, 4 agosto 2009.
12.Delibera GC, 4 giugno 2010; vedi anche Delibera GC, 19 luglio 2010.
13.Delibera GC, 4 luglio 2011.
14.15 novembre 2012.
15.Delibera GC, 4 luglio 2011.
16.Determinazione dirigenziale (Settore Lavori Pubblici), 5 febbraio 2013.

 

L’Odeon, cioè un luogo collettivo

Cronaca  sentimentale di un’occasione mancata

di Lella Salvemini

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“Tanto non ci andava più nessuno”, “meglio l’Uci”, “i film arrivavano in ritardo”, “poco spazio per le gambe fra una fila e l’altra”, “poltrone scomode”.
Del cinema Odeon, unico sopravvissuto delle molte sale cittadine del tempo che fu, è sembrato non importasse a nessuno.
Non ai gestori, presi da altri progetti, più remunerativi o più semplici; non al pubblico, disaffezionato dopo l’apertura della multisala.
L’Odeon non ha avuto paladini. Si fosse trattato di una panchina, un carrubo, una ricetta di calzone, sarebbero piovuti post, comunicati stampa, illustri prese di posizione.
Invece, a parte un’iniziativa di volenterosi, caduta nel nulla, la chiusura per mancato adattamento delle strutture di proiezione è stata ampiamente annunciata, ma intellettuali molfettesi, cinefili - quelli “film d’essay o niente” - imprenditori che avrebbero potuto investire, non se ne sono visti. I commenti sono stati quelli messi a premessa, un’alzata di spalle e via.
Prima la chiusura, con l’ultima mesta proiezione a gennaio 2014, poi rimossa anche l’insegna; solo chi sa, ne indovina a fatica la cicatrice a metà di via Baccarini.


Eppure l’Odeon per Molfetta ha significato molto più che un cinema. Negli ultimi decenni ha avuto la fisionomia di centro di aggregazione e punto di riferimento, di quelle strutture che fanno la differenza fra città e dormitorio.
Una campagna elettorale che si rispettasse aveva il suo rito iniziale nel comizio di domenica mattina all’Odeon, così come iniziative culturali e politiche, le assemblee di istituto delle scuole superiori e le loro manifestazioni finali, rassegne teatrali, anche di dimensione nazionale.
L’Odeon era il luogo di incontro, riunione, confronto, spettacolo, il segno di una comunità che sapeva - che ha saputo in passato - sentirsi tale e chiamarsi a raccolta, star seduta ad ascoltare e a vedere, ma anche salir sul palco, per dire la propria, fare dialogo.
L’Odeon è stato, fin che ha tenuto accesa la sua insegna, sintomo di “città”: un luogo collettivo, in centro, dove potersi recare a piedi, a portata di anziani e non ancora patentati, dove, finito lo spettacolo, c’era sempre il tempo per una passeggiata o una chiacchierata sul marciapiedi, a scambiarsi commenti e consigli fra chi entrava e chi usciva; dove aspettare l’amico in ritardo, restituendo anima e sicurezza alla zona.
Così che, ad essere danneggiati dalla chiusura della sala non sono gli irriducibili cinefili, quelli che ancora rimpiangono il Progetto del giovedì, ma la collettività, che si ritrova un centro un po’ più buio, un po’ più vuoto, un po’ più morto; una città un po’ più buia, un po’ più vuota, un po’ più morta.


Come fa la storia? “Prima vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi ….. un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”.
Prima chiusero i negozi storici e dicemmo, “gli sta bene, che avevano i prezzi alti”, poi il cinema e “tanto io preferisco le grandi sale e ho l’auto”, poi la città rimase vuota e non c’era rimasto nessuno a dirlo.


1810-2015, due secoli di addii

Dal Teatro Comunale all’Odeon, il lungo elenco delle sale scomparse

di Lorenzo Pisani

teatro storico

«Il cinema è un'invenzione senza avvenire». La leggenda attribuisce a Antoine Lumière il “benvenuto” al macchinario per riprodurre immagini in movimento, messo a punto nel 1895 dai suoi figli, Auguste e Louis.
Provocazione o giudizio tranchant? Di certo qualcuno, a Molfetta, sembra aver preso sul serio l’ingeneroso papà. La storia del cinematografo in città sembra una tela di Penelope, un soggetto per un improbabile peplum, o forse andrebbe iscritto nel novero delle comiche. Si costruisce e si demolisce, e poi si costruisce ancora, e poi si sposta, si riqualifica e poi si chiude. E poi si riapre ancora, ma nel frattempo il pubblico è andato via.
Diciannove sale cinematografiche dal 1910 a oggi, come riporta una ricerca di Massimo Memola, Corrado Pappagallo e Roberto Pansini pubblicata sul sito I Love Molfetta. Un numero che oggi potrebbe apparire smisurato, ma testimonia il fermento culturale di un mondo perduto.


Con la chiusura dell’Odeon è davvero finita un’epoca. Lo hanno preceduto, tra le tante, le sale Trieste (via Giovene), Pro Patria (via Vittorio Emanuele), Ideal, Umberto, Stella (ancora via Vittorio Emanuele), Vittoria (Duomo), Orfeo (via Muscati) poi divenuto Fiamma e poi andato davvero in fiamme, Apollo (via Crocifisso), Corso (via Respa), Viale, SuperCinema (corso Margherita di Savoia).
Giù il sipario, stop al proiettore, si spengano le luci. E i teatri? Non sono stati più fortunati, e qui la storia qui assume i connotati della beffa.


1810. La nostra città - ricorda Gerardo de Marco in Molfetta tra passato e presente – è la prima in Puglia a vantare un teatro. È allestito nell’attuale palazzo del Municipio. Dopo cinquant’anni la consacrazione, con l’iscrizione nelle agenzie teatrali di Napoli, Roma e Milano. Nel 1901 il progetto per passare dagli originari 400 posti a 750. Nel frattempo, una nuova amministrazione comunale, e l’idea che quelle sale con affreschi e stucchi dorati siano un simbolo del lusso, un’ostentazione lontana dai bisogni della collettività, e allora tutto giù: demolire. È il 1902.
Ha vita breve anche il Teatro Allegretta, costruito nel 1908 nell’atrio della chiesa di Santa Teresa e smantellato nello stesso anno, sostituito dal Politeama Attanasio. Strutture di legno, dal sapore ancora ottocentesco, animate di frac e papillon, cavalli e lunghi strascichi. Ma arriva la Grande Guerra e si porta via la Belle Époque: durante il conflitto il politeama è smontato e il legname ceduto alle autorità militari.
È ancora l’isolato dell’antico fortino dei Gongaza, oggi delimitato dalle vie Respa, Ugo Bassi, Vittorio Emanuele e corso Margherita di Savoia, a ospitare un nuovo politeama. Nasce nel 1913, si chiama Sociale e anch’esso dura poco. Viene distrutto nel 1919 da un incendio causato da una spiritiera, caduta accidentalmente in un camerino. Quaranta minuti per ridurlo in cenere, quaranta giorni per rimpiazzarlo con un altro teatro, nelle immediate vicinanze. “La Fenice” era anche un cinema e la sua fine non è un rogo, ma, nel 1957, la costruzione dell’edificio a nove piani ad angolo tra corso Umberto e via Vittorio Emanuele.


Questo fu, altro sarebbe stato. Progetti mai realizzati, come quello di un nuovo teatro comunale in piazza Vittorio Emanuele, prima sospeso (di quel progetto resta solo il blocco uffici, oggi sede del comando di Polizia municipale), poi riavviato (nell’immagine alcune tavole di uno dei progetti), poi definitivamente abbandonato per la costruzione del palazzo della Gioventù italiana del littorio, voluto nel 1931 dal governo fascista e mai completato (oggi l’area è occupata dalla sede della Banca Cattolica, con ingresso in via Respa).
Si tornerà a parlare di teatro comunale nel 2009. Sarebbe dovuto sorgere nella zona Asi, ma è rimasto nel libro dei sogni qual è il piano triennale delle opere pubbliche.

Nell'immagine: Disegni tecnici del Progetto per la costruzione di un nuovo teatro a S. Teresa, ing. Facchinetti, Milano, 10 dicembre 1907 (Molfetta, A.S.C., Cat.2, vol.38, fasc.9).
Immagini tratte dal sito web della Fabbrica di San Domenico