1981. Che fine ha fatto una generazione

Una classe, molti destini. Alcuni vanno, altri restano. Un gruppo di maturi del nuovo millennio racconta il dopo-diploma. Sullo sfondo, una città sempre meno popolata da giovani

di Lorenzo Pisani, Tiziana Ragno e Lella Salvemini

1981 copertina L rev1

 

Allo scadere del millennio avevano diciannove anni. L’età della maturità e degli esami di Stato, i primi esami importanti. Poi il salto nella giungla delle Università, dei tre-più-due, dei crediti formativi e delle professioni, dei mestieri che cambiano e del lavoro che non c’è. 
A Molfetta, nel 2000, circa 1200 ragazzi avevano quell’età. Poi, molti di loro se ne sono andati. Studenti fuori sede, poi lavoratori o aspiranti lavoratori fuori sede, poi residenti altrove, in Italia o all’estero. Se è vero che il trend demografico a Molfetta è stato per anni negativo (almeno tremila persone in meno, dal 2000 al 2006), è vero anche che a pesare di più sullo sviluppo di una città è il calo dei residenti giovani. Soltanto i nati nel 1981 – maturandi nel 2000 – sono calati in percentuale pari al 13% circa, nel giro di dieci anni (il doppio della media pugliese, tre volte la media del Sud Italia). Per loro la curva al ribasso non ha mai conosciuto rialzi dal 2002 in avanti, sebbene la popolazione molfettese complessiva, dal 2006 ad oggi, sia aumentata di quasi 1500 unità (dati Istat).
I trentenni che se ne vanno, quindi, non ritornano. Perché per loro la vita è già avanti e ricominciare tutto daccapo in Puglia – foss’anche la ‘Puglia migliore’ – è molto difficile. Le relazioni personali e le forme di realizzazione professionale, più che avviate, non lo consentono più. Per molti, poi, il ritorno suonerebbe come una sconfitta o come un dietrofront. Per altri, si tratterebbe di ricucire un rapporto interrotto da tempo. Un tentativo che, fra sindrome del reduce (com’era bella Molfetta e come non lo è più) ed entusiasmo della recluta (ho imparato fuori e voglio fare qualcosa di nuovo nella mia città), si scontrerebbe, comunque, con un interrogativo: perché tornare? La famiglia sarebbe una ragione importante, ma non sufficiente; il richiamo della terra madre non funziona, se quella terra non nutre granché se non delusioni. Così, il dilemma sembra essere, quasi sempre, risolto: o fin dall’inizio si resta o fin dall’inizio si va.

Abbiamo scelto, a mo’ di campione, una classe di maturati nell’anno 2000. Liceo scientifico, classe V, sezione C. Classe mista: qualche figlio della Molfetta bene, qualche figlio di operaio, poco meno di trenta giovani dalle belle speranze. Ben oltre la metà di loro oggi vive fuori Molfetta. Almeno quattro all’estero (Belgio, Inghilterra, Grecia, Angola). Ingegneri, medici, avvocati e molto altro. Ne abbiamo intervistati sei. Tre rimasti e tre partiti, con nessuna voglia di tornare. Per tutti Molfetta è diversa da quella di una volta, peggiore e con poche possibilità di cambiare. A meno di un impegno dei singoli che – forse probabilmente chissà – potrebbero avviare qualche sano e virtuoso processo di cambiamento. La politica li scalfisce poco ed è davvero difficile sentire le loro storie per poi continuare a credere che siano le beghe di paese a rappresentare questa città. Loro sembrano autentici outsiders: non sono tutti disillusi, sembrano piuttosto realisti e per niente disposti a credere nei sogni facili. Chi un lavoro ce l’ha sa bene che cosa ha dovuto fare per ottenerlo; chi ancora non ce l’ha, non ha più tempo e voglia per sperare in quello che non c’è.
Per tutti, poi, la precarietà è una specie di enzima: un catalizzatore di processi, che investe la vita lavorativa e quella sentimentale, un fattore che ti modella e che ormai fa parte di te. I sei ‘maturi’ dell’anno 2000 vivono precari e quasi non saprebbero far altro. Eppure, loro, la vita non la subiscono. Dentro o fuori Molfetta, farcela è dura. Tutti ci provano, alcuni ci riescono. Nessuno, comunque, si è arreso.


Leo Camporeale

Ingegnere, Molfetta

di Tiziana Ragno
1.camporeale

 

Leo Camporeale è un ingegnere biomedico occhialuto e sorridente. Come quindici anni fa con gli amici di classe, ama comunicare ed è di compagnia. Dopo il liceo, ha studiato a Roma. Poi è stato il territorio pugliese a offrirgli alcune opportunità professionali, nonostante Leo avesse cercato lavoro altrove: uno stage post-laurea finanziato da Italia Lavoro e, dopo qualche tempo, l’assunzione in un’azienda pugliese che produce ecografi. “Roma è una città caotica”, prova a schermirsi. “In fondo viverci è impossibile”. Meglio Molfetta, allora. Un po’ per scelta, un po’ per caso.
Vivere nella propria città d’origine è un vantaggio, per quanto abbia dei limiti. “Ne conosci l’humus, ma sei consapevole anche dei suoi confini”. Inoltre, come per paradosso, la percezione di Molfetta è falsata dalla consuetudine. “Rischiamo di restare nelle nostre cerchie e di non riconoscere gli stimoli che esistono, ma che non hanno gli strumenti per offrirsi all’esterno”. Molfetta, insomma, è ancora tutta da scoprire.
Eppure Leo non pensa di fermarsi qui. Piuttosto, gli piacerebbe tornarci, ancora. “L’ideale sarebbe lavorare altrove per portare qui conoscenze, sviluppo e innovazione”. Leo spera nel cambiamento e prova a indicare la via: la politica che dimentica il proprio orticello e che orienta i talenti del proprio territorio.
Di fronte a questo, anche la precarietà, forse, non significa più nulla. Non solo in negativo (perché
persino un contratto a tempo indeterminato potrebbe essere sciolto), ma anche in positivo. “Non bisogna pensare di poter stare bene domani, né accontentarsi di sopravvivere grazie a uno stipendio”. In fondo, la voglia di scoprire nuove cose, di sé e della propria città, è il migliore antidoto contro l’instabilità del proprio futuro e contro l’inerzia di un’intera comunità.


Gaia Tangari

Analista finanziaria, Milano

di Tiziana Ragno
2.tangari

 

La nostalgia non abita più qui. Gaia Tangari, a 31 anni, non conosce il dolore del ritorno. Già molfettese, ora residente a Milano. Anzi, “milanese a tutti gli effetti” come lei ama dire. Ha in mano lo smartphone e accanto a sé una borsa molto grande, di quelle che vorrebbero contenere il mondo. “Mi sono laureata a Bari, in Economia, troppo presto: perciò ho seguito un Master a Milano, in Bocconi”. Poi, il lavoro. In un’azienda che si occupa di moda, anche se il suo lavoro con la moda non c’entra nulla. Gaia analizza bilanci e piani finanziari: cose per cui ha studiato e che ha praticato in altre due aziende. Cose, però, che non la entusiasmano neanche un po’. Candidamente e impietosamente commenta: “Faccio un lavoro che non mi piace, ma che mi permette di avere la vita che voglio”. E a lei, per ora, sta bene così.
La vita di Gaia è illuminata dai bagliori della Milano modaiola e viveur. Mostre cene aperitivi. Tutto quello che Molfetta non ha mai potuto darle. “Qui ho i genitori e basta: anche gli amici molfettesi preferisco vederli altrove”. Senza imbarazzo, racconta la sua ‘allergia’ per Molfetta. “Noi, molfettesi residenti fuori, sappiamo di poter stare soltanto tra noi e non vogliamo interagire con altri molfettesi: ci accordiamo anche sulla data del ritorno, perché io, da sola a Molfetta, non ci voglio stare”. La loro è una ‘setta’. Milano è avanti, Molfetta indietro. “Che senso ha questo tempo accelerato? Mi fa star bene in questo momento: per il resto, non so altro, né so dove mi porti”. Dovunque, ma non a Molfetta.


Fabio Albanese

Imprenditore, Molfetta

di Lorenzo Pisani

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E adesso che faccio? Alla domanda che segue inevitabile l’esame di maturità, Fabio ha risposto seguendo le sue passioni. Una sterzata e via, cinque anni di liceo scientifico spediti in soffitta e l’iscrizione al Corso di Studi in Storia.
Ma nessuna esperienza finisce con l’essere archiviata del tutto, e così si scopre che di scientifico nella sua nuova vita da studente c’è il metodo. Senza dimenticare le passioni, ancora una volta. E allora ecco lo studio parallelo delle lingue. E adesso, dopo la laurea? Niente di entusiasmante all’orizzonte, l’idea di cercar fortuna lontano da Molfetta. Poi arriva un’occasione da prendere al volo: il titolare della scuola di inglese vuole cedere l’attività, e Fabio e la sua ragazza decidono di trasformarsi da studenti a insegnanti e imprenditori.
Secondo bivio, e altra sterzata. Oggi quello che in classe era considerato lo ‘sfalzino’, il pigro, è il titolare di un istituto privato in società con la sua ragazza, che nel frattempo è diventata sua moglie. Forma i ragazzi che hanno deciso di investire nella conoscenza e metter su un bagaglio tale da affrontare i marosi di questa crisi. E chissà se poi a questo si affiancherà un altro tipo di bagaglio, di quelli pronti a imbarcarsi su un treno o un aereo per altre destinazioni.
Una scelta che lo stesso Fabio non esclude. Il futuro è fatto di opportunità. Cambiare ancora, sempre seguendo ciò che gli piace fare. Non male per un pigro.


Corrado Rana

Avvocato, Molfetta

di Lorenzo Pisani

4.Rana

 

Maturità, quattro anni di università, due di pratica, esame di stato. L’avvocato Corrado è andato come un treno, come quel treno che lo portava quotidianamente a Bari.
Nessuna indecisione. Del resto, a uno che sceglie di buttarsi nella mischia come rappresentante di classe piace «metterci la faccia», come dichiara con orgoglio. Tra i banchi del liceo perorava le istanze dei suoi compagni, nelle aule oggi quelle dei suoi clienti.
Un molfettese “doc”. Ama la sua città al punto da aver rifiutato opportunità che l’avrebbero allontanato dalle sue origini; vuole, anzi, spera di restare nel suo habitat naturale. Pur destreggiandosi tra concorrenza e clienti non sempre puntuali quando si tratta di staccare un assegno.
Vivere seguendo la propria passione, farne di questo il proprio lavoro, viverci. Corrado – e come altrimenti potrebbe chiamarsi «il prototipo di molfettese»? – va avanti per la sua strada. Nessun parente, tantomeno “padrini” in cui cercare appoggio in una città in cui si pensa a coltivare il proprio orto, magari alzando steccati invalicabili.
E il futuro? Non certo va ricercato nella politica, ma - ancora una volta - nella professione. Anche qui però le previsioni sono tutt’altro che rosee. Lavorare e lavorare ancora, anche da anziani: «Io dico sempre che probabilmente morirò sulle scale del tribunale di Trani». Scherza, ma fino a un certo punto.


 

Corrado Altomare

Ingegnere, Gand (Belgio)

di Lella Salvemini
5.1.Altomare

 

Corrado nella classe era quello che svolgeva le versioni di Latino, ma non le faceva copiare. Fuori dalla classe è uno che non avrebbe avuto necessità di andarsene, a Molfetta come ingegnere, nello studio di famiglia, un posto lo aveva assicurato. Il fuoco dell’altrove non gli pareva d’averlo e al momento del diploma non si proiettava fuori, invece è finito, sempre “per ora”, in Belgio. “Per caso”, afferma, “solo dopo, riguardando il percorso, mi son reso conto che Molfetta mi andava stretta, di quali vincoli mi aveva posto, andarmene mi ha permesso un cambio radicale, di sentirmi libero”.
Prima con un dottorato di ricerca a Barcellona, che gli è rimasta nel sangue e dove spera di tornare. È lì che si è formato trasformato, non solo professionalmente con un interesse particolare per le coste e tutto quello che ha a che fare con questo ambito, ma umanamente, persino la sua maniera di gesticolare è cambiata e ci ha incontrato una ragazza russa, che ha appena sposato. È andato, si è formato una professionalità e non ha intenzione alcuna di tornare: “Questa città mi ha fatto del male”. Ora è in Belgio a studiare il moto delle onde. È c’è una sottile ironia nel fatto che sia partito dalla nazione fatta di coste, che tratta pure così male, per andare a studiare l’azione delle onde su quelle di un paese che ne ha appena 40 km. E se al ritorno pensa, non è qui, ma in Spagna, il primo approdo dopo Molfetta. Anche per lui la precarietà è un modo di essere, più che un problema: “Anche il contratto a tempo indeterminato non significa nulla, l’azienda si scioglie e devi ricominciare”. Ricominciare, ma lontano da qui.


Andrea Bartoli

Neurochirurgo, Londra

di Lella Salvemini
5.2.Bartoli

 

Andrea nella classe era quello “seduto dietro, all’angolo, vicino alla finestra”. Sta nel gruppo di coloro che hanno scelto, non la valigia di cartone dell’emigrante, non la nostalgia del paesello, Molfetta gli stava stretta, “avevo bisogno di stimoli” e li ha trovati in Inghilterra. Il neurochirurgo potrebbe farlo anche a Bari e provincia, ma lui ha seguito un’altra strada: Erasmus in Francia, master ad Oxford ed ora un lavoro a Londra. “Ora”. È la parola che ricorre di più nei discorsi dei diplomati nel 2001. Hanno fatto o subito scelte, sono rimasti o si sono trasferiti, ma prima ancora che negli eventi, la provvisorietà è nelle loro menti, è diventata fatto naturale. La cosa non sembra preoccuparli, neppure Andrea. Che fa parte del sottogruppo di quelli cui la strada non l’ha preparata nessuno. Famiglia operaia, un solo stipendio, fratelli e sorelle che a Molfetta ci stanno bene, liceo, facoltà di Medicina e se avesse potuto anche quella l’avrebbe fatta fuori. Le politiche regionali, non le conosce neppure. Per lui Molfetta non vuol dire più molto. Andrea le dedica lo sguardo di chi sfoglia le pagine dell’atlante, dell’antropologo che studia un posto a cui non appartiene. Da lontano Molfetta la guarda, poco, e non gli pare che sia cambiata e che abbia grandi possibilità di sviluppo. E, in fondo, non gli importa. Ci torna giusto il necessario. Gli amici e gli affetti sono altrove, pure più facili da vivere, la possibilità di crescere professionalmente pure. Manca il mare, quel clima che sembra esser rimasto il nostro unico atout. E niente altro.